Le ali in una stanza
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15 domande
Domande per il Book Club su Le ali in una stanza
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- Quando Giulio Jacona incontra Irene Scordato nel 1913, sembra innamorarsi anche della sua intelligenza e delle sue ambizioni: lei sogna di studiare Scienze naturali e lui arriva a prometterle che convincerà il padre a lasciarla frequentare l’università. Ma la guerra e soprattutto la gelosia trasformano progressivamente Giulio: comincia ad accompagnarla ovunque, la isola dai colleghi uomini e finisce per convincerla che spetti a lei difendersi continuamente dall’“istinto” maschile. Dopo il matrimonio e la nascita dei figli, Irene abbandona di fatto gli studi e viene confinata nella maternità mentre Giulio realizza i propri progetti professionali. Giulio ama davvero la donna indipendente che ha conosciuto oppure ama Irene soltanto finché può controllarne la libertà? E quanto pesa il fatto che la stessa Irene collabori progressivamente alla propria rinuncia?
- La “stanza delle ali” creata da don Giacinto contiene uccelli che potrebbero volare via perché finestre e balconi vengono aperti, ma scelgono di tornare: secondo lui sono più liberi lì che fuori, perché trovano protezione, rispetto e un luogo che sentono proprio. Prima di morire dice alle figlie che anche agli esseri umani crescono ali “nella mente e nel cuore”. In che modo questa immagine anticipa tutte le vite del romanzo? Irene rimane nella propria “stanza” per scelta o perché le sue ali vengono progressivamente tarpate? E la vera libertà consiste necessariamente nell’andarsene oppure, come suggeriscono gli uccelli, può significare anche poter partire e decidere consapevolmente di tornare?
- Durante la Prima guerra mondiale, mentre Giulio è al fronte e Irene è incinta di Ernesto, nella sua vita entra sempre più profondamente l’architetto Ernesto Basile. È lui ad aiutarla nei momenti più difficili e fra i due nasce un’attrazione che non diventa una relazione consumata, ma che Irene non dimenticherà mai; molti anni dopo definirà la propria vita sentimentale come segnata da “un amore sepolto e un altro mai nato”. Il sentimento per Basile è soprattutto il desiderio di un uomo diverso da Giulio oppure rappresenta la vita intellettuale e creativa che Irene avrebbe potuto avere? E il fatto che Basile ami sua moglie Ida rende quel sentimento meno autentico o proprio per questo destinato a restare una possibilità ideale e irrealizzata?
- L’Hotel Kemonia nasce come il grande sogno di Giulio: rifiuta persino l’opportunità di lavorare con Basile perché vuole trasformare il mediocre Hotel Panormus del padre in una struttura modernissima, con bagni privati, elettricità, telefoni, raffrescamento, opere d’arte e uno straordinario giardino con voliera. Ma il progetto che dovrebbe dimostrare la modernità di Giulio cresce parallelamente alla trasformazione dell’uomo in marito autoritario e padre sempre più preso dal lavoro. Quanto è ironico che Giulio sia rivoluzionario nell’architettura e nell’imprenditoria, ma molto meno disposto ad accettare la modernità quando riguarda l’autonomia di Irene? Il Kemonia è il suo capolavoro oppure anche il monumento alle cose che sacrifica per costruirlo?
- Ernesto contrae la poliomielite a cinque anni e sopravvive, ma la malattia gli lascia una gamba compromessa e un piede deformato. Irene, Ninì e Ninuzzo cercano disperatamente cure e arrivano fino al grande ortopedico Vittorio Putti, pur sapendo che l’intervento potrà correggere l'aspetto della deformità ma non riparare il danno neurologico. Ernesto crescerà proprio fino a diventare medico e dedicherà parte fondamentale della propria vita alla poliomielite. Nell’epilogo ricorda a un ex paziente che la malattia è stata per loro «una disgrazia ma pure un dono», perché li ha obbligati a fare cose che nessuno avrebbe creduto possibili. Questa reinterpretazione rischia di romanticizzare la disabilità oppure mostra il modo in cui Ernesto riesce a impedire alla malattia di definire il limite della propria vita?
- La poliomielite non modifica soltanto Ernesto, ma anche il rapporto fra i due fratelli. Vittorio cresce sentendosi quello “diverso” all’interno della famiglia: Ernesto è il figlio fragile da proteggere, quello brillante negli studi e quello intorno al quale Irene e Ninì costruiscono continue attenzioni; a Vittorio viene invece ripetuto che non deve colpirlo perché il fratello “non può difendersi”. Da adulti questa rivalità si trasferisce persino alla politica — Ernesto antifascista e critico, Vittorio sedotto dalla retorica mussoliniana — e infine all’amore per Liria. Quanto delle loro divergenze nasce realmente dai caratteri opposti e quanto da una famiglia che, nel tentativo comprensibile di proteggere Ernesto, fa sentire Vittorio meno necessario e meno amato?
- Il fascismo divide la famiglia anche attraverso la medicina. Ernesto frequenta ambienti universitari nei quali si critica apertamente la retorica razziale del regime, mentre il professor Maurizio Ascoli continua clandestinamente a curare Giulio nonostante le persecuzioni che lo colpiscono. Giulio, già devastato dalla tubercolosi, finirà però per morire durante la guerra per il cedimento del cuore; nelle sue ultime ore, mentre Vittorio è lontano al fronte, chiede proprio di Ernesto, il figlio con cui il rapporto era stato spesso più difficile. Quelle ultime parole rappresentano una riconciliazione, un tardivo riconoscimento della forza di Ernesto o il tentativo di Giulio di riparare la disparità affettiva con cui aveva cresciuto i figli?
- Vittorio è inizialmente affascinato dal fascismo e ascolta con entusiasmo Mussolini, mentre Ernesto spegne la radio definendo il duce un “pazzo cretino”. Eppure è proprio la guerra a distruggere le certezze politiche di Vittorio: combatte con coraggio in Africa, salva i compagni impedendo che una riserva di munizioni esploda, viene fatto prigioniero dagli inglesi e, nel campo di Yol, assiste alla frattura tra italiani ancora fedeli al regime e coloro che decidono di collaborare dopo la caduta di Mussolini. L’esperienza gli fa comprendere la gravità dell’errore commesso nel fidarsi del duce. La sua successiva trasformazione nell’implacabile commissario antimafia è una vera redenzione politica oppure Vittorio conserva la stessa indole combattiva, cambiando semplicemente il nemico contro cui indirizzarla?
- Anche il Kemonia attraversa le guerre come se fosse un componente della famiglia Jacona. Raggiunge il massimo splendore, decade insieme alla salute di Giulio, viene danneggiato dalla guerra e nel 1943 è requisito dagli Alleati, che lo trasformano in un comando militare. Dopo il conflitto, Vittorio vuole ricostruirlo e restituirgli la magnificenza paterna, mentre Ernesto ritiene più prudente venderlo, intuendo che la ricostruzione di Palermo è già contaminata dagli interessi mafiosi e dalla speculazione edilizia. Il vero conflitto dei fratelli riguarda dunque l’albergo oppure due modi opposti di rapportarsi all’eredità di Giulio: Vittorio vuole restaurare il passato, mentre Ernesto preferisce accettare che alcune cose debbano finire?
- Liria Caramanna entra nella storia proprio quando i destini dei fratelli sembrano potersi separare definitivamente. È un’avvocata, figlia di Rosario Caramanna, che non conosce ancora fino in fondo l'origine criminale della fortuna paterna. Vittorio si innamora di lei mentre cerca di ricostruire il Kemonia; successivamente Liria scopre in Ernesto un’affinità più profonda e i due si dichiarano il proprio amore. Quando emerge la truffa di Rosario, Irene accusa immediatamente Liria di essere complice del padre e Vittorio ed Ernesto arrivano addirittura a picchiarsi sulle macerie dell’hotel, discutendo su chi abbia diritto ad averla. Liria li interrompe proclamando che non sarà mai proprietà né dell’uno né dell’altro e che soltanto lei è padrona del proprio corpo e della propria anima. In che modo Liria ripete e al tempo stesso corregge la storia di Irene? Riesce a fare ciò che Irene, una generazione prima, non aveva avuto la libertà o il coraggio di fare?
- Rosario Caramanna usa sia la figlia sia il desiderio di Vittorio di far rinascere l’albergo per impossessarsi dell’area del Kemonia. Dopo la demolizione, rivela che il piano regolatore non consentirà la ricostruzione dell'hotel e propone al suo posto un enorme palazzo residenziale dal quale tutti potrebbero guadagnare milioni. Quando Liria scopre dall’avvocato Centinari la verità sul padre — corruzione, ricatti e persino il coinvolgimento nell’omicidio di un contadino che non voleva cedere la propria terra — sceglie di denunciarlo e consegna le prove alla polizia, entrando poi in protezione. È questo il gesto di libertà più importante del romanzo? E perché, per diventare veramente autonoma, Liria deve essere disposta a distruggere non solo il potere del padre ma anche la propria identità di “figlia di Rosario Caramanna”?
- Dalla distruzione del Kemonia nascono infine tre futuri che Giulio non avrebbe mai potuto immaginare. La tragedia riconcilia definitivamente Ernesto e Vittorio: dopo anni di rivalità i due si confessano gelosie e colpe e promettono una reciproca protezione che Irene aveva atteso per tutta la vita. Vittorio rinuncia al progetto edilizio mafioso, diventa commissario e dedica la carriera alla lotta contro mafia e collusioni; Ernesto pubblica invece le proprie ricerche sulla poliomielite, viene chiamato negli Stati Uniti da Albert Sabin, ritrova Liria, la sposa e rimane con lui nel lavoro che contribuirà alla lotta contro la malattia, mentre Liria diventa avvocata per i minori. Nell’epilogo del 1989, Ninetta Jacona, figlia di Vittorio, racconta questa storia presentando il suo romanzo Hotel Kemonia proprio nel grande giardino che il padre ha voluto costruire sulle rovine dell’albergo, impedendo che altro cemento occupasse quel luogo; sotto i piedi del pubblico rimangono ancora i resti del Kemonia, e Ninetta immagina che un giorno, come il fiume sotterraneo da cui prendeva il nome, anche l’albergo possa “tornare alla luce”. Che cosa viene davvero salvato alla fine: l’edificio, la famiglia, la memoria di Palermo oppure la capacità di scegliere una direzione diversa da quella ereditata?
- Nel romanzo Vittorio non diventa fascista improvvisamente: viene progressivamente «soggiogato» dalla voce di Mussolini alla radio, accetta senza particolare spirito critico la retorica del regime e arriva a esultare per l’invasione dell’Etiopia, mentre Ernesto cerca fonti alternative e reagisce definendo Mussolini un «pazzo cretino». Guardando all’Italia contemporanea, in cui partiti di destra radicale e movimenti nazionalisti sono diventati protagonisti ordinari del dibattito politico, quanto è importante il processo di normalizzazione rispetto alle idee stesse? È possibile che una democrazia si abitui gradualmente a un linguaggio che pochi anni prima sarebbe stato considerato estremista senza accorgersi del cambiamento?
- Uno degli aspetti più interessanti di Vittorio è che non appare inizialmente come un fanatico o un uomo naturalmente crudele: è un giovane che trova seducenti parole come patria, forza, grandezza, ordine e vittoria e che soltanto attraverso la guerra e la prigionia comprende di essersi fidato del regime sbagliato. Oggi una parte dell’estrema destra italiana ed europea utilizza nuovamente concetti come identità nazionale, difesa dei confini, sicurezza e protezione della cultura tradizionale; il movimento di Vannacci, per esempio, ha costruito rapidamente consenso proprio su immigrazione e «valori tradizionali». Quando una legittima richiesta di sicurezza o identità nazionale può trasformarsi in una politica basata sulla paura dell’“altro”? Quali segnali permettono di distinguere conservatorismo, nazionalismo democratico e autoritarismo?
- Ernesto e Vittorio ascoltano letteralmente la stessa radio ma ne ricavano due realtà politiche opposte. Ernesto diffida della propaganda e cerca «fonti diverse e certe», mentre Vittorio subisce il fascino della voce del duce. Se la radio era uno degli strumenti fondamentali della propaganda fascista, quale potrebbe esserne oggi l’equivalente nell’ecosistema di social network, video brevi, algoritmi, podcast e comunicazione diretta dei leader? Abbiamo oggi più possibilità di verificare le informazioni rispetto a Vittorio oppure l’enorme quantità di fonti rende paradossalmente più facile chiudersi dentro una sola versione della realtà?